Gli oggetti sono al centro della nostra relazione con il mondo. Francesca Rigotti “La filosofia delle piccole cose”

Gli oggetti sono al centro della nostra relazione con il mondo. Francesca Rigotti “La filosofia delle piccole cose”

Francesca Rigotti "La filosofia delle piccole cose"

Francesca Rigotti- Filosofia delle piccole cose

 

Gli oggetti sono al centro della nostra relazione con il mondo. Francesca Rigotti "La filosofia delle piccole cose"

Gli oggetti sono al centro della nostra relazione con il mondo. Come hanno declinato questo rapporto artiste, scrittrici, filosofe, nel descrivere e rappresentare la quotidianità? Cominciamo a rispondere, con Francesca Rigotti e lo scolapasta.

Filosofa e studiosa di etica, di metafore, miti e simboli della conoscenza, sulla scia del teorico della metaforologia Hans Blumenberg, Francesca Rigotti ha insegnato a lungo in Germania e attualmente è docente all’Università di Lugano. Da anni le sue ricerche e i molti libri pubblicati riguardano il mondo delle cose. ‘Cosa’ deriva dal latino ‘causa’, in sostituzione del classico res, e indica l’insieme di tutto quanto esiste nella realtà materiale e nell’immaginazione. Profonda conoscitrice della tradizione filosofica, Rigotti ha scritto di oggetti e metafore riguardanti la vita di tutti i giorni, la cucina, la casa, e altre “cose di donne” come la maternità e la preparazione del cibo. La sua brillante lezione sull’”ontologia dello scolapasta” al Festival della Mente del 2012 le ha guadagnato un’immensa e meritata popolarità. In una intervista ha spiegato di seguire l’esempio di Socrate, il quale andava in giro per la città dialogando col calzolaio della scarpa e col vasaio della pentola, poiché esercitare lo sguardo filosofico sulle piccole cose “può fornire un legame prezioso con la realtà, collegandoci al concreto, alla materialità, alla finitezza, al limite.” Nel suo libro più recente – Nuova filosofia delle piccole cose (edizioni Interlinea, 2013) – scrive di voler guardare “al mondo domestico e anonimo come ‘soggetto reale della storia’, come trama e tela indispensabile su cui si dipana l’azione straordinaria e l’evento trascendente, il fragore dell’epico.”
Entro una concezione attenta a valorizzare la grande complessità e articolazione delle cose come uno dei modi per cogliere aspetti nascosti, marginali o negletti della realtà, lo scolapasta rappresenta un esempio efficace di un ragionare contrario alla separazione tra livelli alti o bassi della conoscenza.
”Lo scolapasta è ciò che fa uscire qualcosa dai buchi. Ma non necessariamente e non solo l’acqua di cottura, processo che rende la pasta bagnata pasta asciutta; fa uscire anche altri tipi di acque, e poi luce, ricordi, pensieri. L’ontologia dello scolapasta ci dice che è una cosa, piccola, coi buchi ma anche piegata ad arco, tondeggiante, ricurva, altrimenti sarebbe un setaccio o crivello e ci porterebbe verso
altri lontani orizzonti. E’ invece una volta, parola che viene dal latino volvĕre, “girare, voltare e voltarsi”. Ma la volta è anche denominazione del cielo…”
“I ricordi escono dai buchi del colino per finire nel fiume dell’oblio o scivolano fuori dai buchi e dalle crepe come acqua: le immagini rendono bene il fenomeno del passaggio di proprietà ben noto ai metaforologhi: acqua (dell’oblio) che si beve, acqua (dell’oblio) che ci beve.”
“… la verità delle cose esce anche dalle piccole cose, come una vibrazione che attraversa il reale uscendo dai buchi di uno scolapasta”.

 

Il ritmo quotidiano spinto al suo estremo

Gli ultimi giorni di Immanuel Kant

La vita di Immanuel Kant, scrive De Quincey, «fu notevole non tanto per i suoi avvenimenti quanto per la purezza e la dignità filosofica del suo tenore quotidiano». Era un ordine perfetto e infantile, dove ogni minuzia della giornata veniva osservata con lo stesso rigore, con lo stesso scrupolo di trasparenza che il grande filosofo dedicò ai problemi epistemologici. Nel corpo minuto di Kant, nelle sue maniere austere e amabili vivevano i Lumi, giunti al grado più nobile e penetrante del loro fulgore, come in un delicato involucro. E un giorno quel perfetto ordine avvertì i primi segni del declino. Da allora, ingaggiò una lunga, testarda lotta contro le forze della disgregazione. Thomas de Quincey, collazionando le varie testimonianze di amici sull’ultimo periodo della vita di Kant, e utilizzando soprattutto quella, insieme modesta e rapace, di Wasianski, ne ha tratto una narrazione che corrisponde agli antichi tratti del «sublime». Dinanzi al progressivo decadere di quella vita mirabilmente costruita, dinanzi alla raccapricciante comicità di certe scene e allo strazio immedicabile di altre, viene naturale dire di questo testo, in cui convivono, come rare volte accade, la più acuminata modernità e un purissimo pathos: chi ha lagrime per piangere pianga.

1 2 3 4 14